Le Porte d'ingresso alla città di Viterbo

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Descrizione

Le Porte di ingresso alla città. Il biglietto da visita di Viterbo. Medievali e in peperino, chiuse da altre porte, questa volta in legno, anch’esse patrimonio storico.

Attorno alle porte, la vita della città. Tra laico e clericale, ciascuno con i suoi simboli di lotta e di potere. Stemmi di Papi e famiglie, lapidi commemorative di trombettieri garibaldini, vittime di rappresaglie naziste, contese tra monarchici e radicali, e pietre d’inciampo a ricordo dello sterminio degli ebrei che riguardò pure Viterbo.

Le Porte di Viterbo sono in tutto 15. Un tempo erano 21. Sei sono scomparse. Quattro conservano ancora le porte in legno rifatte negli anni '60 del novecento.

Porta Romana

Porta Romana è il principale ingresso a sud della città. Sopra campeggia la statua di Santa Rosa. Attorno i segni delle cannonate sparate dalle truppe francesi che alla fine del 1798 volevano entrare a Viterbo. Da qui inizia la città. Da questa Porta, oltre la quale si trova la splendida chiesa di San Sisto e i due campanili della stessa, ogni tre settembre parte il trasporto della Macchina di Santa Rosa.

Porta della Verità

Porta della Verità si trova invece a ridosso di viale Raniero Capocci, cardinale del XIII secolo e avversario implacabile di Federico II. Al punto da voler cancellare la memoria del suo passaggio in città. Ne fece radere al suolo il palazzo, sparpagliandone i resti, tuttora visibili, proprio vicino a Porta della Verità. Sopra vi fece poi costruire l'ultimo tratto di mura della città. Di fronte la Porta sta piazza Crispi con la chiesa della Verità, gli affreschi di Lorenzo e i restauri di Cesare Brandi. All’interno, appena superata la porta, si trova una lapide con scritti i nomi del maggiore garibaldino Luigi De Franchis, del trombettiere Gioacchino Alluminati e di padre Manetto Niccolini dell’ordine dei Serviti. Vennero ammazzati, come sta scritto, dai “nemici della libertà”, francesi e pontifici, il 24 ottobre 1867. Poco dopo, il 3 novembre, i garibaldini sarebbero stati definitivamente sconfitti a Mentana. A pochi metri da Porta della Verità si trovano poi tre pietre d’inciampo in ricordo di tre viterbesi deportati ad Auschwitz nel 1944. Angelo Di Porto, Emanuele Vittorio Anticoli e Letizia Anticoli. Undici ebrei di Viterbo e della Tuscia vennero deportati e sterminati nei campi di concentramento nazisti durante la seconda guerra mondiale. Prima vennero imprigionati nel carcere di Santa Maria in Gradi, oggi sede dell'università degli studi.

Porta San Pietro

Porta San Pietro, oltre ad essere uno degli accessi a sud della città, a ridosso dell’istituto teologico dei padri Giuseppini, è anche lo snodo per due importanti quartieri medievali, San Pellegrino e Pianoscarano che a sua volta ha porta autonoma d’ingresso. Porta del Carmine. Fuori, l’ultima fabbrica viterbese, il Molino Profili. Dentro, il polo universitario di San Carlo. Poco oltre il molino, il campo sportivo e le zone del Carmine e del Salamaro.

Porta Faul

Porta Faul, grazie ai lavori del programma Plus, è diventato uno degli ingressi principali di Viterbo. Parcheggio, prato e ascensore per arrivare direttamente a piazza San Lorenzo, quindi Palazzo dei Papi e cattedrale.

Porta San Leonardo

Porta San Leonardo è stata riaperta nel 1993 per evitare che molti studenti in arrivo dalla stazione ferroviaria di Porta Romana e dalle fermate del bus Co.tral dovessero attraversare l’incrocio sulla Cassia.

Porta Murata

Porta Murata si trova a est della cinta muraria cittadina. Superata, si arriva subito in via Matteotti, a pochi passi da piazza del Teatro e Corso Italia.

Porta Fiorentina

Infine Porta Fiorentina, a nord di Viterbo. All’esterno, di lato a destra, ci sono ancora due cabine del telefono perfettamente funzionanti. Davanti alle cabine la stazione dei Taxi, presente anche a piazza del Comune. Porta Fiorentina ha tre ingressi. Uno di loro riporta ancora i graffiti lasciati dai militari di leva. Anno, nome e scaglione. Porta Fiorentina apre poi, a sinistra, su piazzale Antonio Gramsci. Prima si chiamava Umberto I, come il liceo classico in via Tommaso Carletti, una volta casa del balilla. A Piazzale Gramsci Umberto I è ricordato da una targhetta in mezzo al verde. Venne ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci il 29 luglio 1900 a Monza. A poca distanza – sempre a piazzale Gramsci – sta infine una pietra. A terra, quasi all’imbocco di via San Bonaventura. Ricorda tre persone uccise dai nazisti. Giacomo Pollastrelli, Oreste Telli e “una donna rimasta sconosciuta”. “Colpiti – è scritto – dalla rappresaglia tedesca l’8 giugno 1944. Vittime d’inumana ferocia. Custodi di patria libertà”.

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